È un fatto ben noto che riconosciamo la nostra madre patria quando siamo sul punto di perderla
cit Albert Camus

Pronti ieri, oggi e domani per il combattimento per l'onore d'Italia
cit Benito Mussolini

L'unico diritto del fascista e quello di compiere per prima il sacrificio e il dovere.
cit. Maria Pasquinelli
Cadrò una, due volte , mille volte ancora, ma ogni volta mi rialzerò per tornare all'assalto, da uomo libero.
cit. Nanni De Angelis
La libertà senza ordine e disciplina significa dissoluzione e catastrofe. cit. Benito Mussolini
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da guardare ed ascoltare: contro ogni droga

LE CANNE FANNO MENO MALE DELLE SIGARETTE?????




PALLE!!!!!

100 % NAZIONALISTI CONTRO OGNI DROGA!!!

Le opere del Fascismo

Le opere del Fascismo





quello che non si spiega mai a scuola o in televisione!!!

Italian and American History

i montaggi di STORIA LIBERA utente di youtube...




purtroppo e cosi....

Blocco Studentesco: Azione contro caro-libri in 40 città


Roma, 24 set. Oggi a Roma e in altre 40 città italiane, il Blocco Studentesco ha realizzato un'azione dimostrativa contro il caro libri. Davanti a centinaia di istituti superiori sono stati depositati dei sacchi di juta, su cui è stata stampata l'effige del dollaro contornata dai nomi delle principali case editrici che producono testi scolastici. A Roma l'azione ha interessato più di 50 istituti, compresi licei storici come il Visconti, il Cavour e il Tasso. "Nonostante le promesse del ministro Gelmini, le famiglie italiane continuano a pagare cifre insostenibili per l'acquisto dei libri di testo. La spesa per ogni studente supera in media i 500 euro, senza contare che un istituto su due sfora il tetto di spesa imposto dal Ministero", spiega Francesco Polacchi, responsabile nazionale del Blocco Studentesco. "Il Ministro dell'Istruzione - prosegue Polacchi - non ha preso nessun provvedimento serio per contrastare questo problema, limitandosi a 'consigliare' alle case editrici di non cambiare edizione e di non aumentare i prezzi per 5 anni. Misure assolutamente insufficienti e inefficaci". "Il Blocco Studentesco - conclude Polacchi - continua la sua battaglia per l'adozione di un libro di testo unico per ogni materia a livello regionale (differente a seconda dell'indirizzo scolastico). Chiediamo inoltre la creazione di un organo di controllo specifico che vigili sull'attività e i profitti delle case editrici".

Speciale CasaPound Avellino. Puntata Zero



ecco la sintesi della nostra prima puntata televisiva.La versione integrale sarà trasmessa su TORTUGA TV.



SOLIDARIETA'
GIUSTIZIA SOCIALE
GIOVINEZZA AL POTERE

PERCHE' LA DESTRA E' PIU NO-GLOBAL DELLA SINISTRA

Pronunciare al giorno d’oggi la parola antiglobalizzazione fa subito venire in mente la sinistra radicale e il cosidetto fenomeno “no-global”. Niente di più sbagliato.

L’autore dell’illuminante opera A destra di Porto Alegre. Perché la destra è più no-global della sinistra sottolinea come questi movimenti accettino invece tutte le implicazioni omologatrici della globalizzazione, rifiutandone solamente il lato economico («la Sinistra ha come obiettivo la mondializzazione senza il mercato» scrive Jean-François Revel). Al contrario la Destra (termine usato operando un’evidente quanto utile semplificazione, che racchiude complesse esperienze “radicali”, non certo l’AN filo-atlantista di oggi) non solo effettua le sue critiche ben prima di chi sembra essersi svegliato l’altroieri, ma lo fa in modo più legittimo e profondo.Essa, nella sua lunga storia, ha espresso valori come l’identità, la patria, la comunità, la specificità e il senso della gerarchia: tutti intrinsecamente antagonisti a qualsivoglia visione uniformante.
Partendo dagli inizi del XX secolo, Fraquelli ripercorre tutte le idee e i movimenti “Destri” fautori di istanze antiglobali. Le prime tesi di questo tipo (tra i sostenitori delle quali spicca il nobile russo-polacco Emmanuel Malynski) erano legate all’idea del cosiddetto “complotto ebraico”: oscure trame del popolo di Sion per destabilizzare le nazioni che lo ospitano, al fine del dominio mondiale. Da queste prime e poco convincenti congetture (anche se “rilanciate” ultimamente dal filosofo di sinistra Gianni Vattimo), si passa a personaggi quali Adolf Hitler e Benito Mussolini, che incarnarono in maniera dirompente l’“armamentario classico” del pensiero anti-universalista.In esso troviamo, in misura diversa, nazionalismo, gerarchia, tradizione, antisemitismo, lotta all’America, Terza Via e vicinanza al mondo musulmano. I due leaders cambiarono profondamente le nazioni in cui presero il potere, diffondendo in tutta Europa questi “sentimenti” fino al conflitto contro le “democrazie plutocratiche” che «detengono ferocemente il monopolio di tutte le ricchezze e l’oro delle terra», simboli di quell’economia di mercato che appiattisce ogni differenza in nome del Dio denaro.Come andò a finire la guerra è cosa nota, ma dalle ceneri della sconfitta non pochi gruppi raccolsero il lascito dei “fascismi”, sviluppandolo e innovandolo nel corso degli anni.
In Italia, nei primi anni del dopoguerra assunse rilievo una figura rimasta in ombra durante gli anni del regime: Julius Evola (in foto), che contribuì alla lotta “antiglobalizzazione” attraverso i suoi scritti e la diffusione di quelli di autori quali Oswald Spengler, Friedrich Nietzsche e René Guénon.Punto centrale del suo pensiero è il concetto di Tradizione. Essa è «il filone di verità atemporale che percorre tutto il tempo concesso alla razza degli uomini», nella definizione del succitato Guénon. Il mondo che ci circonda sarebbe figlio della vittoria delle forze antitradizionali (dalla Rivoluzione Francese alla Seconda Guerra Mondiale), secondo un’interpretazione della storia come processo regressivo e non progressivo. Il risultato è la totale perdita del concetto del “Sacro” e il trionfo del materialismo: l’indivuo non è più “parte del Cosmo, della Polis e della Natura”, ma entità dissociata, imbastardita dall’edonismo e dal consumismo imperanti. Anche per Evola dietro questa azione sovvertitrice si nasconde la mano ebraica, le cui lobbies detengono il potere finanziario.La figura del filosofo siciliano è tutt’oggi al centro di aspri dibattiti all’interno dell’“area” Destra, tra chi ne rigetta quasi totalmente l’“incapacitante” contributo e chi al contrario lo ritiene ancora valido ed utile. Sicuramente un pensatore degno di studio, la cui produzione non può essere sintetizzata in poche righe.
Carica di tratti originali è anche la rivista “Orion” (fondata da Maurizio Murelli nel 1984), che propone arditamente l’unione degli ideali del “fascismo-movimento” (secondo l’espressione coniata da Renzo De Felice) con quelli del bolscevismo pre-regime, accanto ad un occhio di riguardo per il mondo islamico (soprattutto l’Iran di Khomeini). Ma gli accostamenti “rivoluzionari” non finiscono qui: soventi sono i richiami a Léon Degrelle, Che Guevara e numerosi altri simboli meta-politici, nell’ottica di un’aspra lotta al mondialismo (ovvero la globalizzazione nel suo significato più profondo, non solo economico ma anche politico-culturale) e i suoi principali fautori: gli USA.
Proprio il capitalismo a stelle e strisce attraverso massoneria, multinazionali, banche ed istituti finanziari alimenta “il Sistema per uccidere i popoli”, che ne disintegra la storia e la cultura per ridurli a meri aggregati di consumatori.Questa analisi viene espressa dal francese Guillaume Faye (in foto) che propone l’“Archeofuturismo” come soluzione: bisogna riscoprire le proprie radici per difendersi, sapendo interpretare la modernità senza dimenticare il passato (arrivando a “conciliare Evola e Marinetti”). Faye è stato uno dei fondatori della “Nouvelle droite” assieme ad Alain de Benoist , altra figura capitale nella lotta all’America e alla globalizzazione. Oltre all’alta finanza egli accusa anche l’ideologia marxista dell’uguaglianza e quella liberale dei diritti dell’uomo, che hanno spianato la strada ai disegni mondialisti del Sistema favorendo l’omologazione. La stessa democrazia odierna, privilegiando la quantità rispetto alla qualità, alimenta i processi sovvertitori.
Altro movimento degno di nota è quello del cosidetto “glocalismo” (animato in Italia da Eduardo Zarelli e la sua Associazione EstOvest) fortemente radicato sui princìpi del valore della Vita e della Natura per la riscoperta della dimensione genuina, “Locale” dell’esistenza. Aspra è la condanna della “megamacchina” (teorizzata dall’economista francese Serge Latouche), ovvero il modello globalizzante occidentale caratterizzato da utilitarismo, istinto livellatore, determinismo e colpevole dello sfruttamento indiscriminato della Terra.
Tematiche simili, queste, a quelle dei Comunitaristi, nati in America e fondati nella loro “corrente” di destra su antiliberalismo, anti-individualismo e forte senso della comunità (rifacendosi nobilmente ai “sensibili comuni” aristotelici). Tra i tanti interpreti di questa visione i più noti sono sicuramente Marco Tarchi, ex enfant prodige del Fronte della Gioventù, e Marcello Veneziani, un tempo punto di riferimento dell’“area”, oggi moderato e “raffreddato” protagonista in ambiti culturali più istituzionali.È importante sottolineare che il filo conduttore di queste correnti di pensiero, la consapevolezza e la fierezza dell’identità, non comporta discriminazione verso “l’altro da sé”. Anzi solo una comunità con forte senso di appartenenza può accogliere facilmente (ovviamente in misura umana) nel proprio alveo individui estranei, risultando addirittura rafforzata dal proliferare di altri aggregati con universi valoriali ben radicati. Le differenze sono il sale della vita umana, accettarle e non tentare di appiattirle è l’unico modo “sano” di porsi per una Civiltà degna di questo nome.
La “ricognizione” dell’autore ci porta poi ad incontrare figure come Gabriele Adinolfi (nume tutelare della destra radicale, presente in “Orion” come in moltissime altre iniziative di valore), Massimo Fini (l’autore antimoderno per eccellenza) e il noto medievista Franco Cardini fino ai populisti “alla Haider”, passando attraverso una galassia di esperienze poco note ma ricche di valore (citando come ultimi, ma non certo per importanza, i fecondi contributi di Carlo Terraciano e Giorgio Locchi). Fraquelli, pur dichiarando di non riconoscersi nell’ambiente analizzato, ci offre quindi un fondamentale contributo su un “mondo politico” misconosciuto quanto all’avanguardia e ricco di iniziativa, in cui non c’è più traccia di razzismo (tra l’altro “invenzione” di marca illuminista...) ma solo di spirito critico e saldezza ideale.
FONTI: AVGVSTO

BOICOTTIAMO IL REFERENDUM

Boicottiamo il referendum
di Gabriele Adinolfi
www.noreporter.org

Le tre ragioni per rigettare questa riforma tanto voluta da Fini
Il 21 e 22 giugno si va a votare per il referendum sulla riforma elettorale. Come di consueto vanno al seggio praticamente soltanto i tifosi della riforma e tutto si gioca non sull'esito della votazione ma sul quorum il cui raggiungimento, chi le è contrario ha l'abitudine di boicottare.
La scelta quindi è tra il voto favorevole alla riforma e il non voto.
L'unica scelta che ha un senso nello specifico è lquella del non voto.
E, se mai doveste andare alle urne per il secondo turno delle amministrative, ricordatevi di rifiutare la scheda referendaria e di assicurarvi che non siate state computati tra gli elettori.
Astensione, perché? Perché se questa riforma passasse comporterebbe tre risultati liberticidi. Li elenco.
Primo: l'attribuzione del premio di maggioranza al partito più votato invece che alla coalizione vincente resusciterebbe il bipartitismo, che in Italia non ha mai davvero preso, sostituendolo al bipolarismo imperfetto che c'è oggi e spezzerebbe così ogni dinamica minoritaria sia al di fuori che all'interno degli schieramenti.
Secondo: l'eccessivo potere concesso a un solo partito permetterebbe a chi ha residui di cultura stalinista d'instaurare una vera e propria dittatura silurando da ogni luogo della politica, dell'amministrazione e dell'informazione chi non esegue gli ordini del soviet. Chi avesse qualche perplessità si vada a vedere quello che ha combinato l'attuale classe dirigente di Rifondazione con i suoi avversari interni dopo la vittoria al congresso del 2008. Il successo di un partito di formazione staliniana riporterebbe l'Italia a scenari da incubo. Se questa cultura è palese in partiti minoritari, quali Rifondazione e Italia dei Valori, c'è, criptica ma solida, anche all'interno del Pd. Il pericolo è chiaro.
Terzo: la contesa referendaria viene anche vista dai Proci come un'occasione per creare dissapori e conflitti tra premier e Lega cercando, così, di creare le condizioni per il governissimo di unità nazionale richiesto a gran voce dalla City e da Bankitalia, i grandi congiurati contro la Nazione. Non è un caso che a sospingere il Sì al referendum sia Gianfranco Fini, che non si sa se definire lacché della City e vassallo di Draghi o lacché di Draghi e vassallo della City. Se ci fosse anche solo l'ombra del dubbio a fugarla ci pensa la posizione di Fini: sappiamo per esperienza che, a meno di voler diventare cittadini britannici, il modo migliore per non sbagliare è quella di scegliere l'opposto di quest'uomo.

CONTRO OGNI DROGA

I 100% NAZIONALISTI POSTANO QUESTO VIDEO PER FAR CAPIRE CHE LA DROGA E UNA PIAGA SOCIALE DA ISTIRPARE CHE AVVELENA I NOSTRI GIOVANI E FINANZIA LE ORGANIZZAZIONI CRIMINALI
La droga rende l'uomo uno schiavo
e qualsiasi droga deve essere eliminata da questa società perchè anche le droghe leggere sono pericolose anzi le più pericolose perchè una persona che diventa tossico dipendente non ha mai incominciato con le droghe pesanti (cocaina, eroina e altra merda varia) ma bensi con le droghe leggere.

canzone: droga dei legittima offesa

Anarchici di Mussolini



Allo scoppio della I guerra mondiale vi furono, in seno alle correnti anarchiche, alcune personalità che si staccarono dall’orientamento non interventista del movimento. Sull’argomento è interessante il lavoro svolto da Alessandro Luparini nel suo libro Anarchici di Mussolini.

Il primo tra i vari interventi “eterodossi” fu un articolo di Mario Gioda per il periodico “Volontà”, nel quale veniva notato l’improvviso e devastante fallimento dell’Internazionale e veniva dichiarata la necessità che, in caso di invasione austriaca dell’Italia, anche gli anarchici impugnassero le armi. A questo primo intervento seguì quello della “già paladina dell’antimilitarismo” Maria Rygier che in un altro articolo, questa volta per “Il libertario” di La Spezia, si entusiasmò per la fine della triplice alleanza e auspicò la guerra. La presa di posizione della Rygier non fu che la prefazione del “Manifesto degli anarchici interventisti” di cui ella stessa fu ispiratrice. Tra i firmatari dell’appello, oltre a esponenti del sindacalismo, a socialisti dissidenti e ai repubblicani, figurava una personalità che rivestirà un ruolo centrale nella corrente anarco-interventista: Massimo Rocca.
Già da tempo staccatosi dall’Anarchismo “ortodosso” perché favorevole all’intervento in Libia e avvicinatosi alla causa del sindacalismo rivoluzionario, Rocca non fu considerato mai un anarchico in senso stretto, ma più un individualista. La sua visione concettuale dell’Anarchismo era estetizzante e fortemente elitaria, concezione cui restò sempre fedele nel tempo. La propaganda per la guerra, oltre che a generare cazzotti e lanci di sedie nelle conferenze da lui tenute, fece sì che i suoi rapporti con l’ “Avanti” di Mussolini si intensificassero fino alla firma degli articoli sul “Resto del Carlino” che spinsero il futuro Duce ad accelerare i tempi del suo strappo interventista.

Il patrimonio ideale dell’anarco-interventismo era, senza ombra di dubbio, un individualismo stirneriano revisionato nella sua concezione velleitaria e amoralistica, volgarizzazione cui Rocca sostituì una valutazione storica e “sentimentale” che sarà principio fondante del “liberismo rivoluzionario” (o “novatorismo”). Fu questo individualismo rivoluzionario che, oltre a rappresentare un riferimento ideale, fece anche da collante tra gli anarco-interventisti e le correnti più radicali della cultura italiana, prime fra tutte le avanguardie futuriste il cui ruolo nella campagna interventista fu tutt’altro che marginale.

Con l’avvento del conflitto si assistette a un allargamento dei magli coesivi tra le varie individualità anarco-interventiste che generò un periodo di caos interno. Così, mentre la Rygier puntava (non riuscendo nell’intento) a far confluire nel Partito Repubblicano Italiano (PRI) il movimento, Rocca sposava nel 1916 le rivendicazioni dei nazionalisti su Istria e Dalmazia, e da questo momento in poi si assistette al suo totale distacco dal sinistrismo e al suo progressivo approdo verso un conservatorismo “illuminato”.
La fine del conflitto ristabilì ordine e riserrò i magli precedentemente allentati. Alcuni esponenti del movimento, come la Rygier, sparirono nell’ombra, altri riallacciarono i contatti con l’Anarchismo “ortodosso”. Altri ancora, come Gioda, Malusardi e Rocca, aderirono al nascente movimento fascista, occupando un ruolo di rilievo al suo interno.

L’avvicinamento di Rocca al Fascismo fu dovuto a comunanza di posizioni in primis sulla questione adriatica, e in secundis sulla sua concezione politico-economica, che si configurava come un misto di liberismo, sindacalismo e produttivismo di stampo mussoliniano. Al pari di Mussolini, anche Rocca auspicava una «matura collaborazione tra capitale e lavoro» volta all’emancipazione dei lavoratori tramite la compartecipazione al ciclo produttivo. Compito della borghesia era mostrarsi autentica classe dirigente capace tanto di opporsi al bolscevismo dilagante quanto di responsabilizzare il proletariato. Difensore dell’ordine monarchico, Rocca intravisava nell’attuale situazione politica la sopraffazione della burocrazia sulla borghesia, e il suo auspicio era quello che si realizzasse una rivoluzione, compiuta la quale, la borghesia aveva l’obbligo di realizzare un rivolgimento aristocratico della società italiana. Approvava lo Squadrismo come strumento di difesa contro le prepotenti orde bolsceviche, e vedeva una forma di dittatura pro tempore l’unica soluzione di governo capace di far cessare “ l’orgia di tutti i disordini”.

Altro “anarco-fascista” fu Mario Gioda che, con l’ex sindacalista rivoluzionario Attilio Longoni, fu tra i promotori del Fascio di combattimento torinese del quale assunse la segreteria. Per Gioda il Fascismo doveva essere l’antipartito, motivo per il quale desiderò che al Fascio torinese accorressero tutte le forze «sane, giovani, italiane» senza distinzione di parte o colore politico, individuando il nemico non nel proletariato ma nel bolscevismo. Tuttavia, nonostante il suo punto di vista fosse volto al superamento delle logiche destra/sinistra, il Fascio torinese fu sempre inclinato verso destra (salvo una parentesi in cui si tentò una più ampia apertura verso i lavoratori delle fabbriche) al punto che la leadership di Gioda fu sostituita, nel maggio del 1920, dal monarchico De Vecchi (in foto).

Altra interessantissima personalità anarco-interventista fu Edoardo Malusardi, che nel Fascio veronese occupò un ruolo di primo piano fondando anche il giornale “Audacia”. Proveniente dall’esperienza fiumana, Malusardi aveva come riferimenti la Carta del Carnaro e il Sindacalismo Rivoluzionario di Corridoni. Il Fascismo doveva essere, a detta sua, antimonarchico e sensibile alla questione sindacale, puntando a far crescere il valore dei lavoratori in termini tecnico-intellettuali. Riguardo agli scioperi, la sua concezione era quella di prendere decisioni “volta per volta”. Godendo del rispetto e della compattezza del Fascio veronese intorno alla sua figura, Malusardi fu l’unico che disertò il Blocco Nazionale scaturito dall’unione tra i Fasci di combattimento e l’Associazione Liberale Democratica, che si venne a creare in vista delle elezioni del 1921. Questa coerente scelta gli valse l’assenso di Mussolini che si complimentò con lui per aver agito «fascisticamente» poiché, se mancavano «certe elementari condizioni di probità politica», necessitava «non bloccare […] ma sbloccare».
Rimanendo sempre un “novatore”, differentemente da Rocca che andava sempre più sintonizzandosi su frequenze conservatrici, Malusardi riaffermò sempre la sua fede sindacalista intendendola su parametri di sindacalismo/corporativismo dannunziano, fede la sua che lo portò anche a criticare apertamente le politiche del partito (si compì nel mentre la trasformazione del movimento in Partito Nazionale Fascista PNF) dal quale, però, non perse mai il rispetto.

Compiuta la rivoluzione fascista (Marcia su Roma, 28/10/1922) iniziò per gli anarco-interventisti il periodo revisionista.
Il primo ad esprimersi fu Malusardi che rilevò lo Squadrismo, legittimo e giustificabile nel periodo movimentista e pre-rivoluzionario, ora da disciplinare in virtù di una ricostruzione sana e legale dello Stato: «lasciate stare, dunque, o amici, il manganello, l’olio di ricino, la gradassata inutile, e chiedete invece delle biblioteche e delle scuole di cultura».
Rocca, dal canto suo, fece propria la concezione bottaiana di sostituzione del vecchio ceto dirigente fascista con una nuova élite, e fu proprio con Bottai che iniziò una collaborazione scrivendo articoli su “Critica Fascista”. Uno di questi mise Rocca in aperta polemica col fascista intransigente Farinacci (in foto), il quale vedeva nelle teorie revisioniste una minaccia a quel Fascismo provinciale da lui considerato “l’anima pura” della fase movimentista e rivoluzionaria. In virtù di una siffatta visione, il Fascismo delle province meritava l’immunità da ogni tipo di attacco o revisione. La risposta di Rocca fu esageratamente prosopopeica e suonò così: il rassismo era un fenomeno che andava superato. Essendoci ora un governo e una legge, anche il più anziano e autorevole fascista che fosse contravvenuto ad essa meritava la galera.
Superato un periodo di sospensione a seguito di queste dichiarazioni, i toni del revisionismo di Rocca si fecero più filosofici e concettuali, ed ebbero l’effetto di far allontanare l’opinione pubblica dalla sua “battaglia”, che veniva ora percepita come una “bizzarria intellettuale” e nulla più.
Nell’aprile del 1924 Rocca riaprì un fronte revisionista di stampo accusatorio sia nei confronti del Fascismo provinciale che verso il neo ministro dell’economia De Stefani, accusato di corruzione. In realtà l’accusa verso De Stefani non avvenne mai in maniera diretta, e questa vicenda appare ricca di equivoci; tuttavia questa seconda “ondata revisionista” costò a Rocca l’espulsione dal PNF.

Nel 1925 lasciò l’Italia per la Francia. Qui mantenne nei confronti del regime un atteggiamento altalenante pur non dichiarandosi mai antifascista.





DIO-PATRIA-FAMIGLIA: l' ideale fascista


Dio, Patria, Famiglia

Cultura... Che vuol dire? Sapete la frase sulla destra di chi è? Credete si tratti di un mero "motto Fascista"?

No. non l' abbiamo inventata noi l'immagine , bensì Omero, si proprio Omero, eroico personaggio dell'Iliade e dell'Odissea. Passano i millenni eppure quelli con le palle si riconoscono sempre, sono pochi (anzi sempre meno) e, guardacaso, scrivono la storia. Chi non conosce le peripezie di Ulisse o la forza di Achille? Ettore? E' morto, ma con onore. Eppure passano i millenni ed il ricordo si affievolisce, gli ideali diventano pretesto per massacri, genocidi, violenze, la storia invece di farci imparare ci uccide. Gli eroi delle Termophili, cosa penserebbero della nostra società? In un luogo ed un tempo in cui Onore, Fede, Rispetto, erano tutto ciò che veniva richiesto ad un cittadino, il quale viveva e moriva in funzione di un'idea che ho fatta mia, un baluardo contro lo sfascio morale di questi tempi... DIO, PATRIA, FAMIGLIA.

LOTTA E VITTORIA

"CURIA VESCOVILE DI PIACENZA "


questo fantastico manifesto risalente al dopoguerra, nel quale si invitano i cittadini cristiani a non votare i partiti comunisti,ne tanto meno a supportarli in alcun modo, nè con il voto nè tramite la diffusione delle loro opere, pena la revoca del diritto d’assoluzione e la scomunica per apostasia.